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Trasmuda® anziani e disturbi neuromotori


La parola è la forma filogeneticamente più evoluta di comunicazione. Proprio per questo, ogni volta che ci confrontiamo con persone che per ragioni di salute mentale o fisica, o di età, non sono più nel pieno delle loro potenzialità e utilizzano meccanismi regressivi, il corpo ritorna Protagonista, come lo è stato per ciascuno di noi nei primi anni di vita. Protagonista nell’espressione, nella comunicazione, nel farsi carico di vissuti interiori che non possono essere espressi in altro modo. Ridiventa anche, proprio per questo, fonte di apprendimento!
Nell’anziano, grazie a un processo spontaneo e inconscio di preparazione al “passaggio” verso la morte fisica e qualche volta anche grazie alla diminuzione delle funzioni cognitive, il controllo della mente razionale sulle emozioni si alleggerisce. Conosco un’anziana signora, ex insegnante di matematica, che per tutta la vita, pur volendomi un bene dell’anima, ha rifiutato l’abbraccio e i baci e, solo dopo i 97 anni ha incominciato a gradirli! Cosa è successo? Si è abbassato il livello di controllo della mente sulle emozioni. In termini scientifici, si può forse dire che le funzioni corticali sono meno attive e di conseguenza il loro controllo sul sistema limbico ipotalamico (il cervello emozionale) è diminuito.
Gli anziani malati di Alzheimer vanno da atteggiamenti di grande bisogno affettivo e di contatto a stati di diffidenza e paura specie negli ultimi stadi, ma trovandosi in una fase della vita in cui prevalgono meccanismi regressivi, si esprimono soprattutto attraverso il corpo. Utilizzano il linguaggio corporeo anche nell’espressione verbale, dichiarando sintomi e dolori che a volte stanno a rappresentare altro (depressione mascherata). Quindi, con l’anziano e per di più malato, tutto torna verso il corpo e di nuovo in un modo istintivo e inconsapevole come da piccoli. Un adulto che vive a pieno anche attraverso il corpo ogni sua esperienza, mostra integrazione, nutre la sua intelligenza e capacità affettiva, espande il campo della coscienza. Ma un anziano ritorna all’esperienza corporea in forma regressiva, come memoria di vissuti che tende a sopperire altro. E, come faremmo con un bambino, anche noi possiamo aiutarlo solo utilizzando il nostro corpo per comunicare con lui e comprenderlo.
Attraverso il contatto fisico e i nostri gesti carichi di emozione, possiamo migliorare il suo stato di presenza molto più che con le parole. L’empatia li renderà più sicuri e la relazione sarà per loro come un ponte teso verso la realtà circostante. È l’emozione che rende vive e vibranti le nostre azioni. È l’emozione che le trasforma in danza! Quando in Trasmuda® invito un anziano, un parkinsoniano o un malato di Alzheimer a camminare con la musica, il suo ciondolare o “strascicare” il passo si trasforma in un’andatura energica e coordinata, che restituisce fluidità al corpo e richiama la presenza cadenzandola nel ritmo. Nel freezing il paziente non appoggia i talloni! Segno di mancanza di radicamento; marciando a ritmo di musica e facendo precedere l’appoggio del tallone, l’andatura torna quasi sempre normale. Un 1°chakra alienato, come accade in questi contesti clinici, crea vissuti di paura primordiale e insicurezze nel quotidiano, che si aggiungono alle reali difficoltà della malattia. Una marcia sinergica, curando l’appoggio del tallone, tutte le danze ritmiche e di propriocezione e i suoni di percussioni lavorano sul 1° chakra e migliorano sicurezza, radicamento, equilibrio ed energia. Sono quindi utili sia per il Parkinson che per l’Alzheimer, che ristabilisce attraverso il radicamento il contatto con la realtà. I sintomi principali del morbo di Parkinson sono l’acinesia, la discinesia, la bradicinesia, la rigidità, il tremore e il dolore cenestesico. Diversi esperimenti hanno dimostrato che il programma motorio in questo tipo di pazienti è intatto. La difficoltà consiste nell’utilizzarlo, cioè nell’incominciare e nel pianificare la sequenza motoria. Questo spiega molte cose accadute anche a Trasmuda®. Quando lo stimolo è di carattere emozionale e arriva al paziente con la forza di un processo energetico ben condotto, sembra poter scavalcare tutte le sinapsi mancanti, ad un altro livello. Durante un incontro di danza, infatti, è difficile che il paziente rimanga a lungo paralizzato da un acinesia motoria o col passo imbrigliato nel freezing. Può verificarsi un blocco cinetico nei primi incontri, se c’è un po’ di ansia per la situazione nuova che sta affrontando, oppure può aumentare un po’ il tremore o il freezing quando la danza accende emozioni molto intense o nei cambi di direzione. È bello e importante che questo si verifichi, perché, con il mio aiuto e il sostegno del gruppo, i pazienti imparano gradatamente nuove strategie per gestire quei momenti e per uscirne più velocemente. PAOLO, ad esempio, era piuttosto avanti con la malattia e quando sentiva arrivare il blocco aveva imparato a “non lasciare andare la danza” e a non permettere che la paura prendesse il posto dell’emozione che lo stava animando. In questo modo, riusciva spesso a continuare a danzare al rallentatore, anziché paralizzarsi. Altre volte, invece, gli era d’aiuto accovacciarsi a terra in posizione di scarico per la schiena e “respirare” la danza del gruppo. GIORGIO invece arrivava in carrozzella e, grazie a una volontà e a un desiderio immenso di partecipare, riusciva a stare in piedi per tutta la lezione affiancato da un volontario. Il suo volto addolorato e le sue lacrime silenziose, quando non riusciva a muoversi come noi, mi avevano portato a interrogarmi a fondo sulla sua presenza nel gruppo; non riuscivo a capire se fosse giusto metterlo di fronte ai suoi limiti così concretamente. Sapevo che la sua partecipazione era una libera scelta, ma ero ugualmente molto scossa dal suo dolore. La risposta mi è arrivata con semplicità da Elena, una giovane parkinsoniana che alla fine di ogni incontro si sedeva a terra davanti a lui e lo aiutava ad infilarsi le calze. Lei lo conosceva bene e leggendomi nell’animo un giorno mi disse: “ma tu lo sai come sono le sue giornate a casa? Giorgio le passa interamente supino sul letto a guardare il soffitto! Perché dunque ti preoccupi tanto?” Ho saputo dopo qualche anno della scomparsa di quest’uomo e sono felice di avergli dato quegli ultimi intensi momenti di vita.
A causa dell’educazione ricevuta, dei dolori e delle perdite affettive subite, la nostra disponibilità a lasciar fluire l’energia emotiva può diminuire nel tempo. Contraiamo alcune zone muscolari per trattenere in forma cronica alcune specifiche emozioni e smettiamo così di vibrare di fronte agli altri e alla vita. Questo abbassa il tono vitale e l’energia disponibile, svuota ogni cosa di entusiasmo e di significato. Nel parkinsoniano, la rigidità corporea ci parla anche di mancanza di fluidità emotiva. Nel malato di Alzheimer, l’assenza da se stesso e dalla realtà esprime il profondo disinteresse che è l’esito di un disinvestimento affettivo. Tanto è vero che, in fase iniziale, il morbo di Alzheimer può essere confuso con una depressione.
L’affettività è situata, dal punto di vista energetico, principalmente nel 4° chakra, il cuore, ma anche nella parte alta del 3° chakra, il plesso solare, sede della passione e nel 2° chakra, sede della sensibilità viscerale e del piacere. Se questi centri sono bene equilibrati, io riesco a stabilire relazioni tenere, affettuose e di scambio reciproco. Mi esprimo con sensibilità e intensità, so accogliere il dolore mio o di un’altra persona, valorizzare chi ho di fronte e stringere vincoli affettivi con gli altri esseri umani, anche se per razza, salute o altro sono diversi da me. Le danze che stimolano l’affettività producono quindi una connessione profonda con se stessi, con l’altro e con la vita e, attraverso il riconoscimento e l’espressione delle emozioni, rendono ogni gesto significativo e carico di energia. Nel Parkinson, le danze affettive hanno la specificità di sciogliere le tensioni e le rigidità di “controllo” e nell’Alzheimer di rimotivare il paziente alla presenza nel qui e ora e nel progetto esistenziale.
Un aspetto fondamentale nel lavoro sull’affettività è quello del contatto e della carezza. Gli effetti neurofisiologici della carezza sono stati studiati con molti esperimenti, per esempio sulle scimmie (alla mamma di acciaio col biberon veniva preferita l’altra mamma artificiale, senza cibo ma morbida e pelosa), sui topi (quelli accarezzati avevano maggior resistenza allo stress) e osservando i bimbi ospedalizzati. Si è dimostrato che le carezze - aumentano in generale la resistenza allo stress - attivano il sistema cardiocircolatorio - dissolvono le tensioni motorie croniche di difesa (corazza caratterologica) - riducono la repressione sessuale e la tendenza all’autoritarismo - producono integrazione propriocettiva e cenestesica inviando messaggi dal sistema nervoso periferico al S.N.C. attraverso le vie afferenti - elevano il vissuto di piacere legato al proprio corpo e di conseguenza l’autostima - riequilibrano il controllo corticale sull’attività dell’ipotalamo, riducendo la repressione delle emozioni. (Rolando Toro) Nel Parkinson, inoltre, un accarezzamento per esempio sulla cute della testa, ricca di terminazioni nervose, si suppone causi un aumento di produzione di acetilcolina, che può agire sul tremore (ho collaborato con Rolando Toro e ho poi ho proseguito personalmente queste ricerche sul Parkinson e dall’osservazione esperienziale sulla risposta motoria mi è sembrata una tesi possibile). La forte inclinazione affettiva e creativa presente nel mio lavoro non ha mai significato trascurare l’aspetto scientifico. I risultati che si possono ottenere con Trasmuda® nel Parkinson sono reali e tangibili.
Nel ‘98 avevo incominciato un bellissimo progetto presso il centro Parkinson del CTO di Milano, sotto la guida del Professor Pezzoli e affiancata dal Dott. Mariani, neurologo, che partecipava con noi ad ogni incontro. Col Dott. Mariani avevamo preparato una batteria di test, che venivano in parte dalle scale di misurazione scientifica già in uso per il Parkinson e in parte da un test strutturato da me, basato sul movimento nella danza. L’unione di test provenienti da due aree differenti avrebbe valutato, nel tempo, i risultati ottenuti dai pazienti, sul piano sintomatologico e esistenziale. Purtroppo le mie operazioni agli occhi hanno ripetutamente interrotto quel progetto e non ho più avuto l’opportunità di portarlo a termine. Quello che desidero comunicare è che anima e scienza sono in piena armonia nel mio lavoro e che, contrariamente a quello che pensa spesso la classe medica, i risultati delle cosiddette terapie “alternative” sono verificabili. In alcuni casi è forse difficile capire come avvengano, ma è certo che ci sono e la collaborazione potrebbe accrescere entrambi, a vantaggio dei pazienti e del sentimento di utilità o impotenza, con cui ci si confronta necessariamente tutti nell’ambito di malattie come queste, inguaribili e progressive. Il dolore cenestesico, la perdita dell’equilibrio o altri sintomi legati al sistema extrapiramidale, nel Parkinson possono migliorare danzando, a partire dallo stesso concetto espresso per l’acinesia. La danza è un universo che si basa su regole diverse da quelle del movimento volontario. Intervengono, in essa, primariamente il fattore emotivo e, successivamente, quando il paziente ha raggiunto una certa profondità di esperienza, si spalancano le infinite possibilità dell’essere spirituale: il cambiamento di stato di coscienza e i percorsi energetici sul piano fisico e aurico.

L’IMPORTANZA DELL’ENERGIA CREATIVA NELLA RIABILITAZIONE CON PARKINSON E ALZHEIMER

La malattia si pone sul cammino dell’essere umano come l’invito ultimo e non più trascurabile a un’esigenza di cambiamento che non è stata, in precedenza, ascoltata. In questa ottica, la guarigione è un atto creativo che coinvolge il pensiero, i sentimenti e l’intero approccio con la vita. Il decorso clinico di un parkinsoniano che subisce la malattia passivamente e si irrigidisce interiormente è più veloce. In base alla mia esperienza, pazienti che hanno accettato la malattia come un evento che invita a nuove esplorazioni, hanno conservato e stanno conservando buon umore, vitalità e capacità di movimento, superiori alla media dei decorsi clinici. Da un punto di vista neurologico inoltre, si suppone che effettuare movimenti corporei non abituali possa generare nuove connessioni cerebrali che si sostituiscono, via via, a quelle distrutte dalla malattia, poiché è ormai riconosciuto a livello scientifico che il cervello è una struttura elastica e il suo potenziale è utilizzato solo in parte. Una mente eccessivamente razionale è una difesa e tende a reprimere emotività e creatività. Quando con la danza e con la musica riesco a trasportare il paziente in una dimensione più spontanea, alcuni movimenti, che prima gli erano impossibili, fluiscono come liberati dal controllo (es.: i cambi di direzione, o una maggior ampiezza dei movimenti).
Nel 2010 ho realizzato e portato a termine un analogo progetto scientifico, con tanta esperienza in più! Puoi leggere queste esperienza nella pagina dedicata ai progetti svolti.
Rispetto all’Alzheimer, mantenere viva la creatività si pone come possibilità di ricreare se stessi e lasciare nuove tracce alle quali collegare la propria esistenza, mentre la malattia allontana dalla vita e da se stesso il paziente. L’esperienza di sé è profondamente legata alla funzione creativa. Mentre creo io ci sono, mi esprimo e mi collego alla vita. La creatività da un punto di vista energetico è collegata al 2° e al 5° chakra, che si radicano nel corpo fisico, rispettivamente nell’addome e nella gola. Il 2° chakra viene nominato normalmente soltanto in relazione alla sessualità ma, come già spiegato, in realtà contiene quella sensibilità di carattere viscerale che è legata alla creatività inconscia. È cioè la parte più spontanea, lo stimolo più istintivo, che poi si organizza in un progetto creativo attraverso l’ideazione e la comunicazione, passando appunto al 5°chakra. Il 5° chakra è responsabile della creatività cosciente, ossia progettata e organizzata in funzione dell’espressione, e della comunicazione in generale.

L’IMPORTANZA DELL’ENERGIA SESSUALE NELLA RIABILITAZIONE CON PARKINSON E ALZHEIMER

Con sessualità in Trasmuda® intendo la capacità di sentire il desiderio sessuale e/o il piacere cenestesico in genere. Indipendentemente dall’età e dalla presenza di un partner con cui avere uno scambio sessuale, mantenere attiva questa energia genera un vissuto corporeo pieno e gioioso. Alimenta quel particolare tipo di sensibilità che “ci consente di scegliere e agire con spontaneità, dando priorità al sentire nell’approccio con la vita” (Rolando Toro). Stimolare il piacere corporeo aumenta la produzione di dopamina e serotonina, agendo intensamente anche come antidepressivo. Vi invito a osservare le persone che manifestano facilità al contatto, approccio spontaneo al piacere e capacità di esprimere la loro sensualità…esse sanno anche ridere con voluttuosità, godere di un sorso d’acqua, della pelle a contatto con la sabbia tiepida, di un abbraccio…della vita! Sono in genere accoglienti e fluide. L’elemento archetipico collegato al 2° chakra è, infatti, l’acqua, che porta con sé la capacità di adattamento intelligente agli ostacoli. Di fronte ad una roccia che si frappone al suo percorso, il torrente continua a scorrere allegramente, trovando altre vie di passaggio! Nel Parkinson la rigidità corporea non è solo un sintomo clinico che risponde a lesioni cerebrali, è spesso anche la manifestazione ultima e paradossale di una rigidità caratteriale. Durante le danze di fluidità, ho visto scomparire il tremore, l’acinesia e le discinesie, come se anche queste fossero una risposta del corpo che sente il bisogno di liberarsi da una gabbia di rigido controllo. Stimolare quindi il piacere cenestesico attraverso il contatto, l’accarezzamento, le danze di estensione pulsante, restituisce al Parkinsoniano un contatto con il proprio corpo, felice, non più fatto soltanto di dolori e parestesie, e aumenta la fluidità dei gesti. Nell’Alzheimer tutte le proposte di questo genere ravvivano la presenza dell’io, che è collegata alla presenza dell’io corporeo, e in entrambe le patologie elevano il tono dell'umore, migliorando di conseguenza la risposta alla malattia e alla cura. Lavorare sulla sessualità in un gruppo di danzaterapia Trasmuda® non ha niente a che vedere con l’atto sessuale, né con la stimolazione delle zone corporee erogene. Significa, attraverso proposte individuali o di contatto, attivare e/o esercitare la capacità di provare desiderio, mobilitando il fondo istintivo di ricerca del piacere come collegamento alla vita.

L’APERTURA DEL CIELO NELLA RIABILITAZIONE CON IL PARKINSON

Con particolari proposte di danza posso lavorare sulla capacità del paziente di abbandonare l’ego ed espandere la percezione, fino a sentire nascere dentro di sé sentimenti di grande commozione e di fusione con l’ambiente. Questo accende la scintilla divina che è in ognuno di noi, aprendo la porta a trasformazioni profonde. È stato soprattutto danzando con i parkinsoniani che ho sperimentato la comunicazione dei corpi sottili. Spesso potevo aiutare la loro danza senza toccarli: le nostre aure danzavano all’unisono, riflettendo una diversa facilità di movimento nel corpo fisico del paziente. Nel tempo, egli può accedere autonomamente a questi risultati, perché la vibrazione della musica e l’intensità del vissuto raggiungeranno la sua aura e le sue cellule.

DESCRIZIONE CLINICA, COMPRENSIONE DEL SIGNIFICATO EVOLUTIVO DELLE DUE PATOLOGIE E INTERVENTO RIABILITATIVO

Se riflettiamo sulla malattia in una prospettiva esistenziale, che la collochi cioè all’interno della vita del paziente con un senso, contemporaneamente scopriremo le motivazioni della sua comparsa e gli obiettivi che essa si pone. Ragionare su cosa ci sta proponendo di imparare la malattia è anche un nuovo modo di immaginare la riabilitazione.
Entriamo ora nella comprensione evolutiva e spirituale dell’Alzheimer, e rielaboriamo i concetti principali espressi da R.Dahlke (nel suo libro “Malattia- linguaggio dell’anima”). Il velo esistenziale che ha annebbiato entusiasmi e obiettivi nel paziente, già da molti anni prima della malattia, si è concretizzato nell’accumulo di amiloide che si insinua tra i neuroni impedendo la sinapsi. Una specie di “cemento mortale !” che blocca progressivamente la rete di comunicazione tra la corteccia (responsabile delle funzioni logiche) e il sistema limbico ipotalamico che governa il mondo delle sensazioni e delle emozioni. Nella mia esperienza la capacità di percepire il ritmo e la musicalità restano intatte, ma in forma istintiva. La difficoltà è ottenere la partecipazione a una proposta che è in sintonia con il loro mondo interiore, ma che viene dalla realtà esterna con cui è diventato difficile rimanere in contatto. La sintomatologia si manifesta inizialmente con leggeri disturbi della memoria, soprattutto di quella a breve termine. Più avanti si manifestano irrequietezza, motilità, disturbi dell’orientamento e del linguaggio: difficoltà a riconoscere le persone (agnosia), a nominare gli oggetti (afasia), ad esprimersi verbalmente in modo coerente (disfasia), a organizzare le azioni pratiche (aprassia). Naturalmente l’umore è profondamente disturbato da forme depressive, talora con esplosioni euforiche incoerenti e manifestazioni aggressive. La perdita della memoria, e in particolare per le cose appena avvenute, manifesta il disinteresse verso la propria attuale vita. Inizialmente è un precipitare nella dimensione del passato dove sono conservati episodi significativi, ma più tardi con la disorganizzazione di tipo psicotico che la malattia porta, il passato e il presente si mescolano e tutto si svolge in un hic et nunc confuso e agitato. L’agitazione del paziente manifesta il sorgere dall’inconscio di un bisogno irrisolto di esprimersi e realizzare il proprio cammino nella vita; mentre le funzioni di controllo dell’intelletto cadono, le emozioni possono scaricarsi tranquillamente, come nei bambini piccoli.
Il passo corto e insicuro manifesta il desiderio di andare, ma senza una direzione. Simbolicamente hanno da tempo rinunciato alla loro strada o se ne sono allontanati così tanto da non riconoscere più alcuna direzione. L’autoconoscenza come scopo del cammino dell’uomo è stata negata così a lungo da ricadere completamente nell’ombra e nella sua ombra viene trascinato il malato dalla malattia. Senza più consapevolezza né difese logico/razionali, il mondo emotivo inconscio si fa spazio nel quotidiano creando paure e vissuti persecutori. La depressione è un affondare dentro di sé come non si era mai fatto prima. L’essere si ribella all’abbandono progressivo del cammino evolutivo realizzato molti anni prima e lancia un ultimo drammatico messaggio, creando attraverso la malattia le condizioni per acquisire un sapere che non viene dall’intelletto, e per incontrare nuovamente se stesso. Kant fu colpito dal morbo di Alzheimer a 80 anni, quando ormai aveva appreso tutto ciò che a suo tempo era possibile. L’apprendimento è una funzione mentale, la consapevolezza nasce da dentro. Prima della morte il malato di Alzheimer ha l’occasione, nel lungo decorso clinico, di recuperare se stesso non nel modo operativo inteso dalla società, ma in senso evolutivo/spirituale. Potrà affondare nell’ombra che rappresenta il suo inconscio, liberare le emozioni e arrivare a percepire la sua propria e unica essenza come centro di luce e consapevolezza profonda, al di là delle facoltà mentali. È ormai noto a noi occidentali che la differenza fondamentale di approccio della nostra filosofia esistenziale e della nostra spiritualità con quella orientale, è centrata su questo. L’antica saggezza dell’oriente riconosce da sempre l’ostacolo che la nostra mente logico/razionale crea al raggiungimento di un sapere più profondo.
Immagino adesso l’operatore che, mentre legge questi appunti, rivede dentro di sé un paziente che si agita, si perde, si lamenta, va in collera e naviga letteralmente perso nel suo mondo interiore e capisco il suo sgomento e la sua incredulità! Ma in quel caso anche noi stiamo osservando la situazione con una mente pratica e razionale! L’operatore che lavora con l’Alzheimer dovrebbe imparare a navigare nell’ombra propria e del paziente agevolmente, con la consapevolezza e l’orientamento che lui non riesce ad avere. Spesso invece capita di schermarsi di fronte a comportamenti difficili perché incomprensibili. Il doppio lavoro che ritengo andrebbe fatto con questi malati si sintetizza in questi due obiettivi:
1. riportarli a contatto con se stessi e con la realtà esterna utilizzando i canali emozionale e corporeo che loro stessi manifestano essere i più funzionanti
2. accompagnarli fino alla morte recuperando con loro il senso e l’utilità di questo ultimo tragitto, così diverso alimentando la dimensione spirituale.
Non dovrò pretendere di far passare spiegazioni razionali, né dovrò aspettarmi di poter giudicare dal loro comportamento quello che sta avvenendo dentro di loro. Si tratta di una consapevolezza che, se porto accesa dentro di me, viene percepita dal paziente come luce che cambia il senso e l’atmosfera delle sue ombre. Potrò così sentire empaticamente, che qualcosa di tutta quella confusione e sofferenza e paura, comincia a muoversi verso la serenità e l’ordine acquistando un senso.

Parliamo ora della malattia di Parkinson. Tutto ciò che è stato detto nella parte riguardante l’Alzheimer rispetto al senso generale della comparsa di una malattia lungo il cammino della vita, è valido naturalmente anche per il Parkinson. Ciò che cambia sono le caratteristiche psicologiche di fondo che rivelano sintomi diversi e che nuovamente potranno essere letti come possibilità riabilitative. Il Parkinson ha un’eziologia ignota e questo già fa riflettere sulle motivazioni di ordine diverso da quello clinico. Si presenta in genere nella seconda parte dell’esistenza (come l’Alzheimer), in connessione quindi con la fase di ricapitolazione del primo tratto di percorso esistenziale realizzato. Da un’osservazione fenomenologica compiuta dal professor Rolando Toro, e riscontrato anche nella mia esperienza, è risultato come le due personalità tipo che sfociano nell’Alzheimer o nel Parkinson siano strutturalmente diverse. Il malato di Alzheimer che nella malattia si sconnette da se stesso e dalla vita aveva già operato questa scissione da tempo a livello esistenziale. Si può trattare di personalità apatiche, svogliate e tendenti alla depressione, oppure impegnate ad aiutare le persone che amano con quel senso di abnegazione che esprime disinteresse totale per sé.
Il Parkinson colpisce spesso personalità molto attive, autoritarie o autorevoli, con doti manageriali e forte bisogno di controllo su di sé e sulla realtà. Rigidità caratteriali e eccessivo controllo sull’emotività sono presenti in genere come parte integrante della personalità.
I sintomi si possono raggruppare in due insiemi:
A) la manifestazione di un ipercontrollo emotivo e iperattività intellettuale e pratica (rigidità, acinesia, bradicinesia)
B) la necessità di liberare, attraverso il corpo, le tensioni trattenute (tremori, discinesia)

Esistono inoltre grosse differenze fra un parkinsoniano e l’altro. Alcuni malati manifestano soprattutto sintomi del gruppo A) e altri, più rari, maggiormente quelli del gruppo B). Ho lavorato, per esempio, con una donna nella quale l’acinesia e la rigidità erano quasi assenti, ma il tremore e le discinesie portavano uno scuotimento continuo e violento del corpo. Si trattava di una donna molto passionale con un’emotività intensa, ma troppo controllata da un’intelligenza spiccata di tipo un po’ ossessivo. Attualmente la riabilitazione nel Parkinson viene proposta soprattutto come attività motoria, a differenza dell’Alzheimer dove per esempio la R.O.T. utilizza altri strumenti. Viene proposta come attività corporea perché i sintomi sono visibili, soprattutto nel corpo, ma in realtà finché si tratta di puro movimento, senza un coinvolgimento affettivo, non fa altro che scontrarsi con i sintomi. Utilizzando il movimento come espressione di uno stato d’animo suscitato dalla musica e intensamente sentito, potrò utilizzare invece una via di accesso alla stimolazione del movimento, diversa da quella compromessa dalla malattia.
Il coinvolgimento del paziente con Parkinson ha necessità di passare in un primo momento dalla comprensione mentale per creare una motivazione e permettere la fiducia. Ma l’obiettivo deve essere poi di realizzare la presenza emotiva nel corpo che potrà finalmente esprimere le sue tensioni in forma diversa. Come espresso per l’Alzheimer, quando il movimento nasce dall’emozione, la stimolazione arriva direttamente al nucleo limbico-ipotalamico e si suppone possa modificare la produzione di alcuni neurotrasmettitori. Con Trasmuda® si produce quindi, in una prima fase della riabilitazione, miglioramento del tono dell’umore, desiderio e piacere nel curarsi. Nella seconda fase riemerge più chiara una nuova motivazione a vivere e a progettare. Nuove energie investono i rapporti affettivi preesistenti, e spesso si riapre con il coniuge l’aspetto di condivisione della sessualità. In una terza fase, per chi è riuscito a sciogliere un po’ della rigidità mentale e ad alleggerire il dominio della mente razionale, compare il senso profondo di ciò che la malattia è venuta a insegnare. Si accende l’anelito per la ricerca spirituale intesa come desiderio di apprendimento e di evoluzione, che ci permette di accogliere qualsiasi difficoltà preparandoci al grande passaggio, la morte, con serenità.
Per questa ragione, con qualunque gruppo, ma specialmente dove la patologia è irreversibile e gli utenti già anziani, inserisco gradatamente temi che aprono questa finestra e proposte di lavoro spirituale ( ad esempio: meditazioni o danze meditative o canti) integrate alla danza, che avviano questo cammino. Ciò è risultato sempre possibile e utile, per trasformare in meglio la percezione di sé e della vita, anche lavorando con utenti fortemente compromessi nelle funzioni cognitive. Nonostante la difficoltà a mantenere una posizione statica, alcuni mudra sono molto efficaci e agiscono su due livelli: uno più tangibile, che riguarda lo stato d’animo presente e uno più profondo, che riguarda l’evoluzione della coscienza spirituale. IL MUDRA AINA, per esempio, calma gli stati di agitazione prodotti da ansia e paura e restituisce presenza: mi confermano questo anche alcuni operatori impegnati nel settore dell’Alzheimer e del Parkinson, ai quali lo avevo insegnato. Il MUDRA L’APPOGGIO INTERIORE arricchito con il battito ritmico del piede a terra, risveglia il coraggio e la determinazione nei momenti in cui il paziente manifesta la tentazione di “gettare la spugna”. Il MUDRA ALINA aiuta il paziente a disporsi con fiducia a ricevere le cure e ad apprezzare i doni interiori dell’anima. Infine, la meditazione, che apre lo spazio del cielo e prepara lo spirito a lasciare il corpo, si può proporre tranquillamente agli anziani e, con accorgimenti particolari, anche nel Parkinson o nell’Alzheimer. Non dimentichiamo che la meditazione non è necessariamente statica. Con il parkinsoniano potremo meditare camminando a passi lunghi, lenti e regolari in una musica di 7°=>4°ck, oppure con danze di fluidità, o anche, dopo molto movimento, con brevi momenti di riposo e rilassamento accompagnato da musiche di 6°=>8°ck dall’elenco A, che aiutano ad allentare il controllo della mente e a dilatare i confini dello spazio fisico e temporale. Nell’Alzheimer, la meditazione deve tenere conto delle paure già esistenti, rispetto allo sradicamento dalla realtà e al disorientamento che questi pazienti vivono. Si possono utilizzare movimenti ripetitivi e rassicuranti, come l’onda di una culla, il canto ripetuto di una semplice melodia. Le musiche per la meditazione nell’Alzheimer, dovranno sempre essere collegate al cuore e fermarsi alla prima serie dei sette chakra fisici ((7°=> 4°, 6°=> 7°=> 4° dall’elenco A). © 2010 tutti i diritti riservati

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Ultimo aggiornamento Martedì 23 Luglio 2013 13:55